Vivienne Westwood, la donna dietro la designer: la ricordo così

Su Donna Moderna n.3/2023 il mio articolo su Vivienne Westwood, il ricordo della donna dietro la designer. Qui il testo integrale con tutte le foto.

Lo scorso mercoledì 11 gennaio 2023 è uscito il numero 3 del settimanale Donna Moderna. E a pagina 28 (fino alla pagina 31) c’è il mio racconto personale su Vivienne Westwood, regina della moda punk e dell’attivismo ambientale, scomparsa il 29 dicembre 2022 dopo una lunga malattia.

Io ho lavorato per Vivienne Westwood dal 2013 fino al 2017. Prima collaboravo come assistente dell’event manager a Milano, durante le sfilate della Milan Fashion Week. Poi mi sono trasferita a Londra, e lì sono cresciuta all’interno dell’azienda fino a coordinare tutti gli eventi del brand in Europa, Asia e Stati Uniti.

Ho quindi conosciuto Vivienne di persona, e ad oggi ho molti preziosi ricordi di lei. Quando ho avuto notizia della sua morte, solo qualche settimana fa, sono rimasta molto turbata. È stato come perdere una nonna, e come veder scomparire un’icona che sembrava immortale.

Questo è l’articolo pubblicato in esclusiva su Donna Moderna. Lo puoi anche leggere scaricando l’app.

Donna Moderna n.3/2023, in edicola dall’11 gennaio. Pagina 28-31: il mio articolo e omaggio a Vivienne Westwood.
Io mentre sfoglio il giornale con il mio articolo sul treno.

Desidero però riportare qui sul mio blog, uno spazio personale dove scrivo tutto ciò che amo e che faccio, la versione integrale di questo racconto.

Ovviamente, per questioni di impaginazione non è stato possibile riportare proprio tutto il testo che avevo scritto per Donna Moderna. Perciò eccolo qui, inedito e integrale – il mio omaggio a Viv.

Ho conosciuto Vivienne Westwood e questi sono i ricordi più preziosi che ho della donna dietro la designer

Le grandi icone della storia ci sembrano sempre immortali. E invece anche la più grande di tutte se ne è andata. 

Ho conosciuto Vivienne Westwood nel 2012, quando ero una giovane curiosa del mondo, appena laureata allo IED Moda di Milano. Avevo cominciato a lavorare come assistente all’events manager e per me era tutto un sogno.

Ma non voglio parlare delle sue grandi imprese, delle sue creazioni visionarie che hanno cambiato non solo la storia della moda, ma il modo di vedere il mondo. Di quello se ne parlerà per sempre. 

Vorrei invece omaggiare Dame Vivienne con un racconto molto più intimo e personale, ricordarla nella sua quotidianità che ho avuto l’onore e il privilegio di conoscere da vicino.

Un mio post su Instagram: Vivienne che lavora poco prima di una sfilata, erano le 4.30 del mattino.

Vivienne beveva il caffè solo se bollente, in tazza grande, americano e senza zucchero. Una volta, poche ore prima di una sfilata a Londra, mi intercettò nel backstage e mi chiese di portarle gentilmente un caffè. 

Corsi al tavolo del catering per lo staff e chiesi subito A very hot black americano for Vivienne, please. No sugar. Le ragazze che preparavano i caffè erano visibilmente più agitate di me e mi diedero il caffè in due bicchieri di carta, uno dentro l’altro: la bevanda era davvero bollente e non volevano che lei si scottasse le mani.

Lo portai a Vivienne, lei guardò le due tazze di carta e infuriata mi chiese: what the hell is this? E cominciò a farmi un discorso molto serio su come lo spreco di carta fosse un vero problema per l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse naturali. Io ero mortificata, non ci avevo pensato, nessuno lo aveva fatto, sembrava una scelta sensata. 

Avrei voluto sprofondare, mi scusai sinceramente per l’accaduto e la rassicurai che mi sarei raccomandata con lo staff del catering affinché ciò non accadesse mai più.

Nonostante fosse realmente toccata dalla questione, mi ringraziò con dolcezza e mi accarezzò la guancia. Provai una stretta al cuore perché quella scena mi ricordava il gesto affettuoso di una nonna che tenta di spiegare alla giovane e un po’ incosciente nipote come le piccole scelte quotidiane abbiano importanza nella vita.

Prova delle canapes per un evento privato in-store a Londra. I disegni sopra i dolcetti sono stampe di Vivienne Westwood, legate alle sue più recenti campagne. 2015

Caffè americano a parte, Vivienne era un’amante del tè, da vera lady inglese. Nel suo ufficio personale al quarto piano di Elcho Street, a Battersea, aveva un bellissimo servizio di porcellana bordato d’oro in cui ogni giorno versava del tè caldo. Lo beveva spesso, in ogni momento dell’anno, mentre discuteva con noi dei fondali per i servizi fotografici, le location degli eventi e della band che avrebbe suonato al party più esclusivo di Londra.

Ogni scelta con lei sembrava così importante. Nulla era lasciato al caso. Era lei stessa a curarsi dei dettagli: la notte prima di ogni show se ne stava in studio a lavorare insieme ad Andreas e alla sua squadra, con i modelli, le sarte e noi del team eventi – che coordinavamo tutto.

Ho avuto la fortuna di vederla all’opera diverse volte mentre, seduta sulla moquette in tartan rosso e verde – diventato simbolo iconico della maison sin dagli anni 70 – ritoccava un disegno o cuciva un bottone. 

A volte se ne stava in silenzio a lungo. Osservava i tessuti, il tavolo con le spille e le graffette, guardava fuori dalla finestra, assorta nei suoi pensieri. E quando Vivienne era in ascolto, voleva dire che qualche grandiosa idea stava per nascere.

Una notte – mi pare fosse quella prima della sfilata Red Label autunno-inverno 2015 – decise all’ultimo di rifare un’intera gonna. Disfò a mano tutto l’orlo e trasformò quella gonna sotto al ginocchio in una miniskirt, vi applicò delle pins con sopra scritto “climate changers” e “together we save the world”. Osservò quel nuovo capo addosso alla modella che lo stava provando e soddisfatta se ne andò a dormire. Erano le 4.30 del mattino.

Io, con occhiali e maglietta Vivienne Westwood. Si era appena conclusa la sfilata Man SS2016, Milano, giugno 2016.

Io lavoravo al terzo piano degli uffici di Battersea, appena sotto una rampa di scale dal suo studio, dove coltivava una piccola serra. 

Quando passava accanto alla mia scrivania per andare di sopra, sempre a piedi scalzi ovviamente, si fermava a raccogliere le bucce dei mandarini che avevo mangiato e lasciato lì in attesa di andarle a buttare nel cestino differenziato. Diceva che erano un ottimo compost per le sue piante, e che tutte le cose più meravigliose del mondo nascono dalla terra.

Il quadro appeso all’ingresso dell’Head Of Office di Elcho Street, Londra.

Fra i ricordi più folli e divertenti che ho di lei c’è vederla arrivare in ufficio nei giorni di pioggia – chi ha vissuto nel Regno Unito lo sa bene, quei giorni sono tutt’altro che rari. Entrava nell’ingresso in sella alla sua bicicletta nera; nel cestino davanti, una cassa enorme di frutta e verdura, appena colta nell’orto. Lei indossava sopra i vestiti un sacco della spazzatura trasparente, annodato saldamente in vita, come fosse uno dei suoi abiti più belli.

Era semplicemente unica.

Una foto di backstage a Londra, pubblicata sul mio profilo Instagram @sara_noseda

Canticchiava tra sé e sé mentre si aggirava furtiva tra i corridoi dell’ufficio, in cerca d’ispirazione perché diceva sempre che la bellezza può trovarsi anche nel pavimento di un bagno o nel muso del gatto di un vicino di casa.

Con gli occhiali dalla montatura bianca o rossa sul naso, qualche biscottino sbriciolato in mano e una calda sciarpa patchwork intorno al collo. Calze con le iconiche squiggles – gli scarabocchi diventati una stampa cult dell’azienda – e capelli corti un po’ spettinati. Wild, come il suo spirito.

Qualche volta la si vedeva piegare gli scatoloni di cartone dell’archivio – erano centinaia. Lei li tagliava, piegava e impilava, perché tutto poteva essere riciclato. Lo faceva personalmente, con amore.

Dame Vivienne al lavoro, la notte prima dello show. Londra, 2016.

Vivienne odiava le automobili, non guidava, non usava auto private e nemmeno i taxi. Lei camminava o si spostava in bicicletta, no matter what. 

Ricordo che la sera di un grande evento allo Shard – l’altissimo palazzo di vetro a punta, progettato da Renzo Piano nel 2012 nel quartiere Southark di Londra – l’aspettavamo tutti per un discorso pubblico. Ma lei si era letteralmente rifiutata di venire a bordo della Tesla privata, per altro sponsor del brand in quanto produttore di auto elettriche. No, lei era voluta venire in bicicletta. Era dicembre, diluviava, c’erano -10 gradi e soprattutto Vivienne non possedeva un cellulare.

Mancavano 5 minuti al suo discorso e nessuno aveva idea di dove fosse, nemmeno Andreas, suo marito dal 1992 e co-designer. Eravamo tutti terribilmente preoccupati e sembrava assurdo che un personaggio del calibro di Vivienne Westwood volesse spostarsi per la città di notte da sola, in bici, sotto la pioggia.

Le mie colleghe Sharon ed Elisabetta, immortalate nel bagno dello Shard di Londra, durante l’importante evento con Vivienne.

Eppure fu proprio così. Arrivò al novantacinquesimo piano dello Shard alle 22.30 con indosso il suo keyway trasparente, senza borsa, in ciabatte. La bici l’aveva parcheggiata nell’atrio. Senza nemmeno un colpo di tosse, fece il suo discorso di sensibilizzazione alle scelte sostenibili nel campo della moda (comprare meno, comprare meglio). La serata fu un successo.

Credeva talmente tanto nelle sue idee che tutto ciò che faceva, pur folle che fosse, aveva un senso per lei. E alla fine, anche per tutti noi, per chiunque la conoscesse.

S’indignava in modo autentico e pieno di passione di fronte a piccoli o grandi gesti poco sostenibili. Per lei l’amore per l’ambiente rappresentava l’unica ragione per cui valesse la pena vivere.

Io mentre lavoro ad una sfilata. Foto di Daniele Fragale. 2015

Una bustina del tè buttata nel cestino dell’umido: che diamine, lo sanno anche i muri che la bustina non è compostabile. Bisogna aprirla, buttare il contenuto nell’umido e il resto nell’indifferenziato – gridava dalla cucina del terzo piano, quando qualche povera anima inconsapevole aveva osato commettere un tale affronto al pianeta.

Quando veniva a scoprire che qualcuno dello staff aveva fatto qualcosa di poco ecologico s’infuriava. Una volta venne a sapere che la pedana acquistata per la passerella di una sfilata era fatta in pvc. Fu la fine del mondo.

Scese al terzo piano e cominciò a gridare che lei non avrebbe assolutamente permesso di fare quella sfilata. L’avrebbe cancellata, perché lei non avrebbe mai potuto far sfilare le sue creazioni su una passerella di plastica, così nociva per il pianeta.

Tentare di convincerla che ormai, una volta acquistata, non usarla sarebbe stato ancora peggio per l’ambiente, fu inutile. Dovemmo trovare un’altra pedana, realizzata in materiali riciclati, e quella fu scomposta e riutilizzata per produrre altri oggetti di uso comune.

Dettaglio. Gli uffici di Conduit Street a Londra. Un bozzetto, Boudoir – il profumo iconico del brand, e un paio di scarpe Vivienne Westwood.

Vivienne parlava molto bene l’italiano, anche se faceva finta di nulla. Una volta dovetti chiamarle un taxi a Milano, e salii con lei. Il taxista parlava con me ovviamente in italiano, lei sembrava guardare fuori dal finestrino e non ascoltare. Invece di punto in bianco prese la parola e chiese al taxista di lasciarla gentilmente a pochi metri da lì, perché avrebbe voluto camminare un po’. Lo disse con un italiano perfetto.

Non amava però rendere pubblica la sua conoscenza della lingua italiana, ho sempre pensato che fosse perché era proprio con un italiano che litigava più spesso. Carlo D’Amario, CEO dell’azienda, suo ex compagno di vita, dopo Malcom Mclaren, e poi business partner.

Carlo era il mio capo più diretto, il suo ufficio era a pochi metri dalla mia scrivania. Quei due discutevano animatamente, lei parlava in inglese, lui le rispondeva in italiano. Il giorno dopo conversavano in modo tranquillo e amichevole, come non fosse successo nulla. 

Io al Christmas Party di Vivienne Westwood, da me organizzato. Dicembre 2015, foto di Joshua Paul Davidson

Vivienne dopotutto amava la sua lingua madre. Sosteneva a spada tratta il così detto inglese della regina – che amava e rispettava. Trovo molto toccante che entrambe se ne siano andate nello stesso anno, a pochi mesi di distanza l’una dall’altra. Una anno di grave perdita per il Regno Unito.

Un giorno di fitting di alcuni modelli nell’ufficio stampa di Conduit Street Vivienne mi spiegò come in inglese sia scorretto dire nice to meet you appena dopo aver conosciuto qualcuno, e altrettanto rispondere my pleasure. Perchè se non ci si conosce è falso dire che è un piacere, piuttosto è più cordiale presentarsi in modo preciso e prestare attenzione all’altra persona. Solo così impariamo a conoscere davvero gli altri.

Io e alcune delle colleghe dell’Head Of Office di Vivienne Westwood in Elcho Street, Londra.

Vivienne Westwood era amatissima dalle celebrities di tutto il mondo. Pamela Anderson era fra le sue più care amiche. Veniva ogni tanto a trovarla a Londra, parlavano per ore nel suo studio e si divertivano come buone vecchie amiche a parlare di vestiti, uomini e politica. 

Quando organizzai l’after party della sfilata spring summer 2016, la sua amica Kate Moss era la special guest della serata. Ricordo che le vidi abbracciarsi, dopo tanto tempo che non si incontravano. Sarà che forse dai personaggi famosi ci si aspettano falsi sorrisi e relazioni di comodo, ma quell’abbraccio era fra i più commossi e sinceri che avessi mai visto. Vivienne si mise a piangere, sussurrò qualcosa all’orecchio di Kate, lei rise e insieme cominciarono a ballare. 

Nei miei anni di lavoro per Vivienne Westwood tra Milano, Londra e Parigi – prima come assistente e poi alla guida del team eventi – ho potuto conoscere davvero la donna dietro l’icona più punk della moda. Viv, così la chiamavamo, era un’appassionata, sensibile, forte, creativa, testarda, dolce e instancabile donna.

La mia scrivania, durante i giorni che precedevano una sfilata. Londra, 2016.

Prima ancora della leggenda che porta il suo nome, prima ancora degli abiti più avanguardistici di sempre, prima delle sue proteste nel carro armato e delle sue lotte contro il capitalismo… Vivienne era una donna che aveva un sogno. Cambiare il mondo, un piccolo passo alla volta.

Diceva che ciascuno di noi ha questo potere. Fra tutte le cose che posso dire di aver imparato da lei e dagli anni trascorsi al suo fianco, c’è sicuramente questa: partendo da quello che scegliamo di metterci addosso fino a ciò che mangiamo dal piatto, ogni scelta può essere consapevole. E ognuna di queste scelte, giorno dopo giorno, può contribuire a cambiare il mondo.

Il mio addio all’azienda, quando sono tornata in Italia nel febbraio 2017. Qui ero proprio fuori il mio ufficio, Elcho Street, Londra.

Qualche famosa rivista ha titolato in questi giorni: Vivienne Westwood è morta, ora punk is really dead – citazione tratta dalla celebre canzone Punks not dead dei The Exploited, 1981.

Ebbene io non sono d’accordo. Vivienne ci ha lasciati ma il suo spirito punk non morirà mai. Punk è un modo di vivere, di affrontare la vita, di ribellarsi alle regole che fanno male a noi, alla nostra salute mentale e a quella del pianeta. 

Vivienne mi e ci ha insegnato ad essere punk, fuori e dentro. Onoriamola. Punk never dies and so does Vivienne.

Gli uffici di Parigi, in Rue Saint-Honoré. 2016
Vivienne Wewstood e suo marito Andreas Kronthaler durante un fitting prima di una sfilata. 2014, Milano

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