Violenza sulle donne: perché il linguaggio conta davvero

Ci sono giornate che non si limitano a segnare il calendario, ma tornano a bussare come domande (putroppo) irrisolte. Il 25 novembre è una di quelle: conosciuta come la Giornata Internazionale Contro La Violenza Sulle Donne, ogni anno ci ricorda che la violenza, quella contro le donne ma anche tutta la violenza, non è solo un atto, bensì un sistema. E i sistemi, si sa, vivono anche dentro le parole.

Perché quando qualcuno sostiene che “le parole sono solo parole”, da qualche parte un pezzo di realtà si incrina (e un/una sociolinguista muore). La lingua, il linguaggio, si trasforma insieme alla società, ma è altrettanto vero che può diventare il freno o il motore del cambiamento. Se la nostra grammatica porta ancora impressa l’impronta di chi l’ha codificata — maschi, per maschi — la semantica, cioè l’uso sociale delle parole, continua a rivelare ciò che spesso fingiamo di non vedere: chi è al centro e chi rimane ai margini.

Il maschile sovraesteso, le professioni declinate al femminile che “suonano strane”, i termini che mutano significato a seconda del genere… Questi sono solo alcuni dei segnali linguistici e di conseguenza sociali che ci ricordano che il linguaggio non è un semplice strumento neutro: è un filtro. E in quel filtro si formano le immagini mentali con cui leggiamo il mondo.

Riconoscere queste asimmetrie – di nuovo, linguistiche e di conseguenza sociali – non basta a risolvere tutto. Ma è già un inizio. E gli inizi, soprattutto quando riguardano la dignità e il rispetto delle persone, non andrebbero mai sottovalutati.

1. Maschile sovraesteso: quando l’uno parla per tutti (ma non è vero)

Il cosiddetto maschile sovraesteso è quella forma grammaticale in cui il maschile viene presentato come neutro — “i cittadini”, “i lavoratori”, “i direttori”, “i ragazzi” — e che dovrebbe teoricamente includere donne e persone non binarie. Ma la teoria inciampa contro la psicologia cognitiva: numerosi studi mostrano che, di fronte a un gruppo nominato al maschile, l’immagine mentale che produciamo è prevalentemente maschile.

Il problema non è grammaticale, è percettivo. Il maschile sovraesteso costruisce un immaginario in cui il maschile è la norma e tutto il resto è derivazione, eccezione, nota a piè pagina. In una società che sta ancora lottando perché le donne siano rappresentate, visibili, competenti per default, quella scelta di comodo diventa un ostacolo.

Non è un caso se, quando diciamo “gli inventori dell’Ottocento”, la prima immagine non è quasi mai una donna, nonostante ce ne siano state — e molte.

2. I nomi professionali al femminile: più che parole, posizioni al mondo

“Io sono il medico”, “Lei è il presidente”, “La mia amica è il filosofo più brillante che conosco.” Quante volte abbiamo sentito, o pronunciato, frasi simili? E quante volte qualcuno ha arricciato il naso davanti a “la ministra”, “l’ingegnera”, “l’avvocata”, “la sindaca”?

Eppure la questione è limpida: se un ruolo esiste nella realtà, deve esistere anche nella lingua. E viceversa. Le forme femminili non sono “forzature”: sono discendenze naturali di un sistema linguistico ricco, flessibile e storicamente plurale. Vera Gheno, preparatissima sociolinguista italiana che ha lavorato anche con l’Accademia della Crusca e oggi si batte ogni giorno per la parità di genere nel linguaggio e non solo, scrive: “Nominare le donne con il loro ruolo professionale declinato al femminile non è un semplice capriccio. Ma il naturale riconoscimento della loro esistenza nella società”.

In italiano non ci siamo mai indignati di fronte a termini e ruoli come “maestra”, “infermiera”, “segretaria”. Perché? Perché questi erano ruoli storicamente riservati alle donne.

Ma oggi, per fortuna, le donne sono finalmente anche avvocate, ingegnere, sindache, ministre, presidenti.
E allora nominarle con il loro sostantivo al femminile diventa parte integrante del loro riconoscimento sociale.

Attenzione alle forme con la desinenza -essa. In italiano quelle corrette e di uso comune sono: studentessa, professoressa, vigilessa, sacerdotessa (dei templi antichi). Tutto il resto è una forma arcaica che è meglio evitare, in quanto termini come avvocatessa o giudicessa erano una volta usati per indicare le mogli di uomini che svolgevano le professioni di avvocato e giudice.

Esistono invece la medica, femminile corretto di medico; e anche la soldata, non la soldatessa.

Alcuni sostantivi che identificano un ruolo professionale sono semplicemente di genere mobile, ossia si declinano al femminile o al maschile in base all’articolo (determinativo o indeterminativo). Il o la giudice, il o la giornalista, il o la presidente, il o la pilota.

Opporsi alla femminilizzazione dei ruoli non è difesa della tradizione, è resistenza culturale. È mantenere il maschile come sinonimo di competenza, autorevolezza, potere. Ma quando chiamiamo una donna “la presidente”, non la stiamo sminuendo: la stiamo riconoscendo.

Anzi, più le donne scelgono di farsi chiamare con nomi al maschile, più continuano a perpetuare lo stereotipo di genere. Lo diceva anche la grande Michela Murgia, che di battaglie femministe, prima di andarsene prematuramente, ne ha combattute tante. Con coraggio e cultura.

3. La semantica che ferisce: quando il femminile diventa insulto

Alcune parole, declinate al femminile, perdono dignità e acquistano un certo senso di disprezzo. È un fenomeno noto nella semantica: ciò che tocca il femminile tende, nella nostra cultura, a diminuire di valore della persona. O come diceva con sottile ironia una geniale Paola Cortellesi, ancora prima del suo celebre film pluripremiato C’è ancora domani, ma addirittura nel 2018 alla cerimonia di apertura dei David di Donatello – “[…] è impressionante vedere come nella nostra lungua alcuni termini che al maschine hanno il loro legittimo significato, se declinati al femminile assumono improvvisamente un altro senso. Cambiano radicalmente, diventano un luogo comune. Un luogo comune un po’ equivoco, che poi, a guardar bene, è sempre lo stesso: ovvero un lieve ammiccamento verso la prostituzione […]”.

Pensiamo a termini come “uomo di strada” (persona concreta, sapiente) e “donna di strada” (offesa pesantissima). O “maschio” (neutrale) e “femmina” (spesso spregiativo). O ancora “professionista” e “professionista donna”, come se fosse una categoria speciale, un’eccezione da segnalare.

Nel memorabile monologo pronunciato ai David di Donatello del 2018, Paola Cortellesi smontò questa asimmetria con una precisione che ancora brucia: citando il professor Stefano Bartezzaghi che lo trascrisse per primo, prese alcune coppie di parole apparentemente simmetriche e mostrò come, declinate al femminile, si trasformassero in insulti o stereotipi degradanti. Certo, ascoltare Cortellesi ci fa ridere. Ma dietro quel suo sapiente sarcasmo, si nasconde un grandissimo messaggio di denuncia sociale. Quello che sembrava un gioco linguistico rivela un meccanismo culturale perfido: non è il femminile a essere debole, è il valore sociale che gli attribuiamo.

La lingua, in questo, è un acceleratore di consapevolezza: rende visibili le crepe del pensiero.
Sì, perchè parola, pensiero e azione sono inevitabilmente sempre sullo stesso asse: si influenzano a vicenda e l’una prescinde dall’altra. La scelta delle nostre parole, il nostro modo di comunicare riflette il nostro modo di pensare, e di conseguenza il nostro modo di agire. E di nuovo, tutto anche al contrario.

4. Conoscere per trasformare: 5 libri femministi da leggere (romanzi e saggi)

Per cambiare la lingua — e quindi la realtà — serve conoscenza. Serve nutrire il pensiero, riconoscere la tradizione che ci ha portate fin qui e quella che possiamo contribuire a reinventare. Sono tantissimi i libri e i testi utili per sensibilizzare e sensibilizzarci su questo grande e cruciale argomento. Qui ne riporto solo alcuni, ma se hai piacere ad avere altri spunti, non esitare a commentare l’articolo, e sarò felice di risponderti.

Ecco intanto cinque letture preziose:

1. Femminile singolare — Vera Gheno

Un saggio che unisce linguistica e femminismo: analizza il modo in cui la lingua riflette e costruisce le disuguaglianze di genere e propone strumenti concreti per trasformarla.

2. Il secondo sesso — Simone de Beauvoir

Il punto di partenza imprescindibile. Un libro che non invecchia perché non smette mai di interrogarci.

3. Ragazze elettriche — Naomi Alderman

Un romanzo distopico intelligente, che immagina un mondo in cui il potere cambia direzione. Ribalta lo sguardo e ci costringe a ripensare i nostri automatismi.

4. Le ragazze stanno bene — Giulia Cuter, Giulia Perona

Un saggio generazionale che attraversa stereotipi, aspettative, ruoli. Conversazionale ma profondo: perfetto per allenare uno sguardo critico.

5. L’alveare — Margaret O’Donnell

Un romanzo che esplora il mondo femminile e la forza della comunità tra donne, tra solidarietà, conflitti e percorsi di autodeterminazione. La storia, potentissima, ricorda quella de Il racconto dell’ancella di Margareth Atwood, diventato anche una popolare serie onomina su Prime Video.

Le parole sono ponti

Cambiare la lingua non basta a cambiare il mondo. Ma è impossibile cambiare il mondo senza cambiare anche la lingua. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di parole che includano, che non cancellino, che non feriscano. Parole che facciano spazio.

Nominare le donne — correttamente, compiutamente, autorevolmente — significa riconoscerle nella società. E ogni riconoscimento è un atto politico contro la violenza, perché la violenza prospera dove c’è assenza: assenza di rappresentazione, di voce, di possibilità, di conoscenza, di rispetto.

Costruiamo allora una lingua che non sia un recinto, ma una casa. Che non sia un confine, ma un ponte. Perché una lingua che nomina è una lingua che libera. E da quella libertà, come sempre, nasce il cambiamento.

Mi chiamo Sara Noseda, sono giornalista, coach, formatrice e consulente. Nel mio lavoro mi occupo di comunicazione efficace e linguaggio ampio, empatico, inclusivo. Tengo corsi di formazione per aziende (in collaborazione con la società Iama Consulting di Milano), workshop per scuole e incontri di aggregazione liberi, aperti a tutte le persone. Credo fermamente che la comunicazione sia la chiave essenziale per passare da individualità a collettività e se è vero che gli esseri umani hanno bisogno di altri esseri umani per dare un senso alla propria esistenza, allora è davvero importante saper comunicare. Bene.

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