La scorsa settimana mi è successo qualcosa di incredibile che voglio raccontare qui.
Qualcosa che ho avuto il bisogno di decomprimere, in questi giorni, per poterlo elaborare e poi descrivere.
Sono stata tre giorni a Bruxelles, Belgio, insieme ad Animal Equality – organizzazione internazionale per i diritti e la protezione degli animali, fondata nel 2006. Presente negli Stati Uniti e in diversi paesi d’Europa, come Italia, Spagna, Regno Unito.
Dal 20 al 23 maggio, Animal Equality ha tenuto delle proteste pacifiche e autorizzate dalla polizia locale, di fronte agli edifici e piazze di maggiore importanza politica e costituzionale della capitale belga, sede del Parlamento Europeo, nonché luogo dove vengono approvate le leggi dell’UE.
La Fondazione animalista ha reclutato nei mesi scorsi persone volontarie che si unissero con impegno alla causa. Io mi sono candidata e sono stata in prima linea. Era la mia prima volta, la mia prima azione. Ed è stata indimenticabile.
In questa particolare occasione, le proteste a cui ho preso parte avevano questi obiettivi:
- Richiesta di eliminazione delle gabbie negli allevamenti
- Richiesta di abolire lo sterminio dei pulcini maschi alla nascita
- Maggiore trasparenza nella filiera alimentare europea
- Norme più severe sul benessere animale in Europa
Nel mirino: la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, e i Commissari Olivér Várhelyi e Christophe Hansen.
Sono proprio le istituzioni europee che negli ultimi anni hanno promesso interventi concreti sul cosiddetto “benessere animale”, salvo poi lasciare molte di quelle promesse sospese, dimenticate, rimandate.
Ed è qui che l’attivismo diventa fondamentale: ricordare alle istituzioni la voce dei cittadini europei che, da anni, chiedono la fine di pratiche crudeli e sistemiche nello sfruttamento animale. Una voce che troppo spesso non viene ascoltata.
Sebbene sia fondamentale ricordarsi che, come scrive Ed Winters – attivista, educatore e autore inglese – “I vegani non combattono per migliori condizioni di sfruttamento animale. Ma per la cessazione dello sfruttamento animale”.
Amen.


C’è un’altra cosa che voglio raccontarti, prima di continuare il racconto di Bruxelles.
Per me questo viaggio non nasce dal nulla.
Se mi segui da un po’, forse sai che per anni ho vissuto a Londra e ho lavorato per Vivienne Westwood, prima lì e poi anche a Milano. Vivienne non era soltanto una stilista: era un’attivista radicale, una donna che usava la moda, la comunicazione e l’arte per parlare di ambiente, politica, diritti, consumo consapevole.
Una parte del mio percorso è iniziata proprio lì. Con lei. In quel momento della mia vita.
In quegli anni ho iniziato a familiarizzare con certi temi: il rapporto tra esseri umani, potere, consumo e sfruttamento. Ho iniziato a farmi domande scomode. A osservare meglio. A capire quanto il nostro stile di vita abbia conseguenze enormi, spesso invisibili, su altri esseri viventi e sul pianeta.
All’epoca non avevo ancora tutte le risposte. Beh, se è per questo non le ho nemmeno ora :’) … Ma qualcosa dentro di me aveva già iniziato a cambiare.
E oggi, guardandomi indietro, mi rendo conto che Bruxelles non è stato un episodio isolato. È stato un punto di arrivo di tante riflessioni, esperienze e trasformazioni interiori iniziate anni fa.
Per questo essere lì è stato così potente.
Perché non stavo soltanto partecipando a una protesta.
Stavo incarnando, finalmente, qualcosa in cui credo profondamente
da tanto, tanto tempo e che va ben oltre la semplice alimentazione.
In effetti, a meno che tu segua e sostenga da tempo Animal Equality
o altre organizzazioni simili, probabilmente necessiti di qualche delucidazione in merito.
Cercherò di essere breve e concisa, diretta e non banale. Imperfetta, ma autentica. Te ne voglio parlare perché forse, come me un tempo, non sai tutte queste cose, e conoscere è il primo passo per decidere liberamente – cosa fare, chi essere.
Gli allevamenti intensivi, anzitutto, sono la base su cui il nostro sistema economico si fonda. Mangiare carne e consumare prodotti di origine animale (nell’industria alimentare, ma anche quella dell’abbigliamento, dei trasporti ecc.) è stato normalizzato da oltre
un secolo. Ma è solo una piccola minoranza a conoscere
come stanno davvero le cose.
Le mucche non fanno il latte perché sono mucche. Lo fanno quando, come tutti i mammiferi femmina (anche noi donne), sono gravide e partoriscono. Il latte materno è per i propri cuccioli, ma se il latte prodotto dalle mucche finisce nei supermercati per nutrire noi, che fine fanno i vitelli?
Il vitello viene separato dalla madre dopo poche ore dalla nascita. Nutrito artificialmente e poi portato al macello per produrre il nostro gustoso vitello tonnato.
E no, anche se comprato dal fantomatico “macellaio di fiducia”, quel vitello è stato ammazzato a poche settimane di vita in modo brutale. La carne dei macellai di paese proviene dagli stessi posti di quella che troviamo nei supermercati.
Se sei una mamma, immagina come ti sentiresti se il tuo bambino o bambina ti venisse strappat@ dalle braccia appena nat@.
Gli animali sono muniti di un sistema nervoso come il nostro: provano dolore – come noi. Hanno paura – come noi.
Capiscono cosa accade intorno a loro, quando sono in fila per essere ammazzati a bastonate, camere a gas, stordimenti elettrici, colpi di pistola. Sentono l’odore del sangue degli altri animali uccisi, e che hanno avuto paura prima di loro.
Al momento della nascita, tutti i pulcini vengono separati dalle madri e divisi per sesso. Le femmine entrano immediatamente nella filiera produttiva delle uova, mentre i pulcini maschi, in quanto non utili al profitto, vengono uccisi tritati da vivi in un macchinario infernale.
L’industria della carne, così come quella casearia e delle uova, sono tutte basate su un unico principio, che è quello che il veganesimo e l’antispecismo combattono: gli animali sono considerati oggetti, prodotti per il profitto, e non individui senzienti – per altro, caratteristica decretata anche dalla nostra Costituzione.
La verità?
Non è facile guardare certe realtà senza sentirsi impotenti.
Una parte di me avrebbe voluto non sapere.
Ma sono qui, con un passato 100% imperfetto e inconsapevole, proprio come tutti. E un presente sempre imperfetto ma con un grado maggiore di consapevolezza.
Passo dopo passo, anche io come te e come tutti, sto facendo un percorso. Ogni giorno è un’opportunità per decidere chi vogliamo essere nel mondo.


Se mi leggi da un po’, sai che, da giornalista e da persona innamorata delle parole, mi piace andare a fondo nei significati del linguaggio.
Le parole non sono mai neutre.
Le parole costruiscono visioni del mondo.
Definizione di veganesimo: pensiero e stile di vita etico che mira a escludere, per quanto possibile e praticabile, ogni forma di sfruttamento e crudeltà verso gli animali per l’alimentazione, l’abbigliamento o qualsiasi altro scopo.
Definizione di antispecismo: posizione etica e politica che rifiuta lo specismo, ovvero l’idea che l’essere umano sia superiore agli altri animali non umani. Sostiene che l’appartenenza a una specie non giustifichi sfruttamento, discriminazione o utilizzo di esseri senzienti come semplici merci o risorse.
In sostanza, il veganesimo non è una dieta. È una scelta etica che inevitabilmente influenza anche il modo di mangiare, di acquistare, di consumare, di stare al mondo.
L’antispecismo, invece, significa riconoscere pari dignità a un cane e a un maiale, a un gatto e a una gallina.
Per noi occidentali una persona che fa del male a un cane è considerata crudele. Ma quanto di questo dipende dalla cultura? Nell’Induismo la mucca è sacra e in alcune zone della Cina si mangiano cani e gatti. Noi li definiamo barbari. Però la domanda che dovremmo farci è un’altra: siamo davvero così diversi?
Oppure stiamo facendo le stesse identiche cose, semplicemente a specie diverse?
Tra poco, qui sotto, troverai alcuni consigli di approfondimento e lettura. Perché se oggi sono qui a scrivere queste parole, se da sei anni cerco di vivere nel modo più vegano, antispecista e sostenibile possibile, se mi sono avvicinata all’attivismo per la protezione animale e ambientale… è perché tutto è iniziato dalla conoscenza.
Anch’io ho iniziato informandomi.
Sensibilizzandomi.
Facendomi domande.
Conoscere significa evolversi.
Sapere significa diventare consapevoli.
Leggi. Studia. Approfondisci.
Osserva. Vai a fondo.
Vale per tutto nella vita: solo così possiamo davvero crescere come individui.
Certo, migliorarsi richiede impegno. Richiede scomodità. Richiede mettere in discussione abitudini, privilegi, automatismi.
E non tutte le persone sono pronte nello stesso momento.
Il mio invito, però, è questo: approfondisci il più possibile. Allenati a conoscere. E poi scegli in piena libertà e coscienza.
Quello che questi giorni di attivismo mi hanno insegnato più di tutto è che:
- quando sai davvero come stanno le cose, non riesci più a guardare il mondo allo stesso modo
- nella lotta per il bene, la pace e la non violenza non si è mai davvero soli
- la comunità ha una forza enorme: sentirsi parte di qualcosa di più grande allevia la sensazione di essere una minoranza
- essere diversi dalla “norma” può fare paura, ma può anche rendere incredibilmente forti e uniti
- gli animali soffrono, provano paura, desiderano libertà e vita esattamente come noi
- esporsi per la loro liberazione è importante perché loro, da soli, non possono difendersi
- accogliere dolore, rabbia, tristezza e frustrazione è necessario per trasformarli in energia, presenza e azioni concrete

Voglio concludere questo racconto lasciandoti alcune immagini che mi sono rimaste dentro durante questi potentissimi giorni a Bruxelles.
Ostello. Cucina condivisa.
Una signora senegalese prepara la cena per la sua famiglia. In padella cuoce carne di manzo e funghi. Non sono d’accordo con la sua scelta, ma lei è gentile, ci offre dei funghi.
I bambini ridono, si rincorrono, parlano forte.
Io la osservo in silenzio mentre bevo un tè caldo dopo ore di protesta. Sono stanca, e allo stesso tempo piena di energia.
Penso a quanto siamo tutti il risultato della cultura in cui cresciamo.
Delle abitudini che ereditiamo.
Delle cose che nessuno ci insegna a mettere in discussione.
–
Piazza del Parlamento Europeo.
Fa caldissimo. Ho le mani sudate e il sole in faccia, mentre tengo un cartello davanti alle telecamere e ai passanti. Alcune persone abbassano lo sguardo. Altre si fermano. Altre ancora sorridono con sarcasmo.
Poi una ragazza si avvicina e ci dice soltanto:
“Thank you for being here” – “Grazie per essere qui”.
In quel momento capisco che anche una sola presenza può avere senso. Anche una sola persona può sentirsi meno sola grazie a ciò che stai facendo.
La notte, tornando in ostello, mi sento stanca in un modo nuovo. Non è solo stanchezza fisica. È il peso emotivo di tutto ciò che ho visto, ascoltato, sentito.
Ho pianto.
Insieme alla tristezza, però, sento anche altro: una forma potentissima di lucidità. Perché l’attivismo non nasce dall’odio. Nasce dall’empatia.
Nasce dal rifiuto di voltarsi dall’altra parte.
E forse è proprio questo che questi tre giorni mi hanno lasciato più di tutto: la consapevolezza che usare la propria voce conta.
Sempre. Qualsiasi sia ciò in cui credi.
Anche quando tremi.
Anche quando hai paura di essere “troppo” o “troppo poco”.
Se anche una sola persona, leggendo queste parole, inizierà a informarsi di più, a farsi domande, a guardare gli animali e alla VITA con occhi diversi, ad ascoltare la propria voce interiore… Allora tutto questo avrà avuto ancora più senso.
E io sarò ancora più grata di quanto già sia.


Per approfondire
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Qui alcuni riferimenti per te:
Animal Equality Italia
Essere Animali
Lav Italia
Partito Animalista Italiano
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