Quando l’anno nuovo porta con sè l’ansia di tornare al lavoro

Studi e ricerche del celebre Dr. Judson Brewer ci spiegano come gestire l’ansia da rientro e le incertezze del momento attuale.

Gennaio 2023.

Nonostante la pandemia sia ben lontana dall’essere stata debellata, e molte aziende abbiano ormai introdotto l’homeworking in via definitiva, l’Italia si prepara a tornare in ufficio. E mentre recuperiamo i laptop spenti e abbandonati durante le vacanze, ricompare in noi anche la così detta ansia da rientro.

In un recente sondaggio dell’American Psychological Association pubblicato su Thrive Global, quasi la metà degli intervistati ha affermato di sentirsi ansioso di tornare all’interazione di persona, dopo un lungo periodo di isolamento e lavoro da remoto. Questo è senza dubbio un dato significativo che spiega come ad ogni latitudine del mondo, e non solo in Italia o in Europa, la maggioranza dei lavoratori preferisce mantenere la propria casa come spazio di lavoro.

Ma c’è da evidenziare che, anche prima della pandemia, i disturbi d’ansia colpivano solo negli Stati Uniti il 18% degli adulti e il 25% dei bambini. La diffusione del Covid-19 ha peggiorato sicuramente questi dati, e la più grande difficoltà emersa dai centri di ricerca di tutto il mondo, a partire da marzo 2020, è l’incapacità di gestire quest’ansia nella vita quotidiana. 

Il Dr. Judson Brewer, psichiatra e neuroscienziato specializzato in disturbi d’ansia, professore alla Brown University, nonchè autore di best seller del New York Times, la scorsa estate è stato ospite della serie di podcast “WorkWell” di Deloitte, che parla dei diversi modi con cui possiamo migliorare il nostro stato di benessere mentale e l’equilibrio tra lavoro e vita privata. Non a caso, il nuovo libro di Brewer s’intitola Unwinding Anxiety: New Science Shows How to Break the Cycles of Worry and Fear to Heal Your Mind – Distendere l’ansia: una nuova scienza mostra come spezzare i cicli di preoccupazione e paura per guarire la mente.

Il Dr. Brewer è stato un soggetto ansioso per gran parte della sua vita ed ecco perchè ha deciso di fare di questi studi il suo scopo. In particolare negli ultimi anni ha notato dei punti in comune tra ansia e dipendenza. Pensiamo all’ansia da social media, derivata dal costante confronto che avviene sulle piattaforme online. O all’ansia legata al cibo e disturbi alimentari. Dipendenza e ansia hanno un denominatore comune: la ripetitività di comportamenti tossici, nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative. 

L’ansia, per definizione, può diventare un circolo vizioso di preoccupazione (occuparsi prima di qualcosa), che può portare a sua volta a un rinforzo negartivo degli stessi comportamenti, i quali servono solo come distrazione temporanea. In realtà, ciò che facciamo quando siamo presi dall’ansia si trasforma in nuove cattive abitudini.

Ma c’è un modo per interrompere effettivamente questo ciclo, secondo il celebre neuroscienziato. E parte dalla consapevolezza, che “è ciò che ci aiuta a vedere quanto sia gratificante qualcosa nel momento presente”. Acuisire consapevolezza del momento presente significa imparare a riconoscere quando il nostro cervello sta andando in un vicolo cieco di preoccupazione. E per farlo, invece di distrarci con l’ansia a causa dell’ansia stessa, o cercare di fermarlo ed eliminarlo, possiamo porci domande come queste: la miapreoccupazione sta risolvendo il problema? Cosa ottengo preoccupandomi? Mi sto giudicando? La preoccupazione mi sta facendo funzionare meglio? 

Come ha sottolineato il Dr. Brewer, gli studi dimostrano che preoccuparsi compromette le nostre prestazioni, ad ogni livello. E una volta che abbiamo una maggiore comprensione di come l’ansia può creare questi circuiti ciechi di preoccupazione, possiamo iniziare a “mappare” le nostre abitudini. A proposito di questo, Thrive Global riporta che il Dr. Brewer offre uno strumento di mappatura dell’ansia gratuito sul sito mapmyhabit.com.

La parola chiave, come spesso accade, è curiosità. Se manteniamo un atteggiamento curioso rispetto a ciò che accade dentro e fuori di noi, anziché pre-occuparci di tutto, rimaniamo aperti e di conseguenza chiudiamo le porte all’ansia. Chiediamoci come sta il nostro corpo, e come cambiano le nostre sensazioni fisiche nel tempo – per esempio da quando lavoravamo full time in ufficio a quando sono stati istituiti due giorni di smartworking a settimana. Essere curiosi verso se stessi e i propri cambiamenti, insomma, è effettivamente un comportamento sano e costruttivo, anche quando si tratta di integrare nuove abitudini, come il rientro in ufficio dopo le vacanze natalizie.

Alcuni psicoterapeuti le chiamano abitudini di rinforzo. Brewer parla di B.B.O. (Best Biggest Offer – la migliore o la più grande offerta).

Quando ci prepariamo a rientrare in ufficio, o comunque in un luogo fisico in cui lavorare insieme ad altre persone, ci stiamo tutti preparando per entrare in una nuova fase di come viviamo e lavoriamo. E se portiamo una maggiore consapevolezza e comprensione a ciò che scatena la nostra ansia, quando usiamo la nostra curiosità per esaminarla senza giudicarci, possiamo tornare al posto di guida, invece di essere guidati dall’ansia.

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