Perché nessuno parla di intelligenza emotiva? È la nostra salvezza

In un momento storico in cui non si parla d’altro che d’intelligenza artificiale, dedichiamo un momento all’intelligenza emotiva  – che di artificiale non ha proprio nulla.

Leggere, scrivere e parlare di intelligenza emotiva è una delle cose che amo di più fare. Per cui oggi sono particolarmente felice di essere qui, con te, su queste pagine.

Soprattutto perché recentemente ho proprio pensato: “il motivo per cui scrivo questo blog è perché spesso le persone mi ringraziano. Posso essere d’aiuto, di conforto, magari dare qualche spunto di riflessione a chi mi segue”.

Ecco perché questo spazio esiste, perché io faccio quello che faccio. Quindi grazie, grazie a te che mi leggi spesso – o solo qualche volta, o magari ora per la prima volta! Grazie per essere tu la mia ispirazione.

Ma veniamo a noi! INTELLIGENZA E-M-O-T-I-V-A.

Emotional intelligence, quoziente emotivo (QE), consapevolezza di sé.

Ad ogni modo, con questo termine molto poco utilizzato s’intende la capacità di riconoscere le proprie emozioni e saperle gestire all’interno della quotidianità e delle relazioni sociali.

Ammetto che io stessa ho scoperto il concetto di intelligenza emotiva solo qualche anno fa.

Intelligenza emotiva significato

Mi ero da poco iscritta al master per diventare life coach, a Milano, e in una delle lezioni l’argomento era proprio questo: che cos’è l’intelligenza emotiva.

Partiamo dal presupposto che il termine viene dall’inglese – EI, emotional intelligence – ed è comparso nella nostra cultura scientifica negli Anni 90.

Peter Salovey e John D.Mayer – due psicologi americani  – ne scrivono la prima volta nel 1990. Ma colui che viene considerato il padre fondatore di questo concetto è il più celebre Daniel Goleman, autore e giornalista scientifico.

Goleman pubblica nel 1995 un testo che ancora oggi rimane uno dei pilastri delle competenze emotive: “Intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici”, ripubblicato negli anni con edizioni sempre più nuove e aggiornate (attualmente l’ultima risale a gennaio 2022, Bur Rizzoli Saggi).

Acquista su Amazon
Acquista su Amazon

Secondo Goleman, l’individuo può imparare a riconoscere e gestire le emozioni attraverso un profondo ascolto di sé, che porta a una maggiore consapevolezza dei propri punti di forza, dei propri limiti e confini e di conseguenza favorisce il raggiungimento degli obiettivi.

L’intelligenza emotiva nella vita e nel lavoro

Negli ultimi anni ho tenuto tantissimi corsi e seminari sull’intelligenza emotiva  – in alcune università e aziende.

L’intelligenza emotiva, dopotutto, è un’abilità sociale: la capacità di riconoscere i propri stati emotivi. Ma non è solo questo: regolare le emozioni quando queste si affacciano in noi è fondamentale per vivere una vita piena e relazioni sane.

Nei miei webinar comincio sempre da questo semplice ma fondamentale presupposto: siamo esseri umani, e pertanto siamo fatti di 3 elementi che caratterizzano il nostro DNA.

  1. Sensazioni fisiche
  2. Emozioni
  3. Pensieri

Le sensazioni fisiche sono la prima cosa in assoluto che percepiamo, prima ancora di pensare in modo razionale. Pensa a quando ti fai male, provi un piccolo o grande dolore fisico. Quel dolore, o sensazione di male/malessere  – ti arriva subito.

È il dolore o il malessere che fa nascere un’emozione. Paura, preoccupazione, tristezza, o perché no – anche gioia! Gioia di essere vivi, e per questo provare a volte dolore.

Solo dopo questi due iniziali step, arriva il pensiero. Il famosissimo QI  – quoziente intellettivo  – misura l’intelligenza razionale. Ossia la nostra capacità di pensare e agire conseguentemente ai nostri pensieri.

Ma la razionalità è solo l’ultimo gradino di consapevolezza che ogni essere umano compie ogni giorno, di fronte agli eventi della vita.

Ciò nonostante, siamo l’unica specie animale che rimane intrappolata nella mente. Non facciamo altro che pensare. Pensare e rimuginare, dimenticandoci così che non siamo solo mente.

Siamo prima di tutto corpo e poi anche spirito.

Le persone s’imbarazzano a parlare di emozioni (imbarazzo = emozione). Perché non ne siamo abituati. Nessuno, cioè, ci ha mai introdotto all’educazione emotiva.

Acquista su Amazon

Se mi segui almeno un po’, sai che amo citare libri che ho letto e amato  – in questo caso non posso non parlarti di un classico imprescindibile sul tema: “Un’educazione emotiva” di Alain de Botton.

Altro autore che ha investito moltissimo sulle emozioni, tanto che ha fondato la School Of Life  – un’istituzione che si basa proprio sull’insegnamento dell’intelligenza emotiva (speriamo che nei prossimi anni questo avvenga anche nelle scuole primarie italiane e di tutto il mondo).

Ma le emozioni, come dicevo, sono letteralmente alla base di tutta la nostra esistenza. Negarle, soffocarle, non saperle riconoscere o gestire può portare solo a dei problemi relazionali o di autostima.

Perché se partiamo dal presupposto che ciascuno di noi è una persona, prima ancora che essere un medico, avvocato, giornalista, commerciante, imprenditore o impiegato, allora ci ricordiamo anche delle altrui emozioni.

La comunicazione assertiva, di cui ho ampiamente parlato in questo pezzo che mi sta molto a cuore, fonda le sue basi proprio sulla EI.

È impossibile comunicare in modo efficace se non sappiamo come ci sentiamo o non riusciamo a vedere gli stati emotivi del nostro interlocutore.

Ciò diventa cruciale sia nelle relazioni amorose, familiari e amicali, tanto quanto nel lavoro. Non è un caso che la ricerca dell’equilibrio vita privata e lavoro sia tra i temi più richiesti in un percorso di coaching.

Quante volte ti è capitato di arrabbiarti, per esempio, di fronte a un collega che ti ha risposto in un certo modo, o perché la tua azienda ha messo in atto un determinato comportamento?

Quello che molto spesso mi capita di argomentare nelle mie classi è proprio l’importanza del QE a tutti i livelli. Gestire le proprie emozioni vuol dire:

  • Saper dare un nome specifico allo stato d’animo che sto provando in questo momento
  • Sentire in quale o quali parti del corpo quell’emozione si manifesta e come
  • Che cosa accade dopo che ho riconosciuto tutto questo
  • Capire in quale o quali situazioni questo processo avviene e da che cosa viene attivato
  • Esprimere l’emozione senza giudizio, e solo di conseguenza lasciarla andare

Sembrano solo un paio di punti buttati lì per raccontare qualcosa, ma su queste basi si fondano tutte le teorie psicologiche più importanti legate all’intelligenza emotiva.

Come si riconoscono le emozioni: coaching e mindfulness

La vera domanda – e quella che più spesso mi viene fatta – è: come faccio a riconoscere le emozioni che provo e imparare a gestirle?

Qui entrano in gioco l’etica della mindfulness e la disciplina del coaching: entrambe si basano infatti sulla consapevolezza di sé e delle proprie emozioni.

Come dicevo poco fa, per diventare persone emotivamente intelligenti è necessario sapersi ascoltare.

Ascoltarsi – altra cosa che nessuno ci ha insegnato a fare, perché tutti noi a scuola abbiamo imparato a pensare, studiare e ricordare eventi o comportamenti, appresi in modo passivo dalla famiglia e dalle istituzioni.

Ma sapersi ascoltare significa mettersi in contatto con la parte più profonda di noi stessi, lasciando andare il giudizio e il pensiero razionale. Solo così riusciamo a capire come ci sentiamo e perché, e infine riusciamo a lasciare andare.

La meditazione e tutte le forme di mindfulness  – yoga, training autogeno & Co. – sono un ottimo modo per connettersi a sé. Si ascolta il proprio respiro, si osservano le sensazioni nel corpo, si permette all’emozione di manifestarsi.

Le emozioni passano. Non sono mai fisse, continue, eterne. Nelle mie meditazioni guidate le definisco spesso come nuvole nel cielo: si trasformano, passano e se ne vanno. E così anche i pensieri.

Quando prendiamo distanza da essi – cioè permettiamo loro di esistere ma non vi ci identifichiamo  – i pensieri rimangono solo pensieri. Smettono di terrorizzarci o creare in noi forti scompensi emotivi.

E così le emozioni – tutte le emozioni, in particolare quelle più difficili per noi  – se permettiamo loro di esistere e uscire, poco dopo se ne vanno. Sono stati temporanei: nessuno è triste, felice o arrabbiato per sempre.

Il coaching è tuttalpiù uno strumento utile ed efficace per lavorare su sé stessi e le proprie emozioni. Esistono diversi esercizi pratici che si possono fare all’interno di un percorso  – di gruppo o individuale.

Il coach ti aiuta a identificare ciò che provi e di cui hai bisogno, ti guida e motiva a trovare soluzioni vincenti per il tuo momento presente.

Intelligenza emotiva ed emozioni positive vs negative

Alt! Non esistono emozioni buone ed emozioni cattive, siamo noi che, per status sociale, diamo loro un’etichetta. Ma tutto lo spettro emotivo umano ha la sua ragion d’essere.

Senza la paura, l’uomo primitivo si sarebbe estinto, perché non avrebbe potuto evitare situazioni pericolose che minavano la sua incolumità.

Se non ci arrabbiassimo mai, non sapremmo che cosa ci sta a cuore.

Se non fossimo mai tristi, non sapremmo riconoscere la gioia e felicità.

Può cambiare il punto di vista, ma ogni emozione è legittima e d’aiuto. Lo dicono psichiatri e psicoterapeuti, i libri di letteratura scientifica e l’immensa varietà di documenti reperibili online che provengono da fonti autorevoli.

Tutte le emozioni servono a qualcosa. Solo che da bambini impariamo che alcune non vanno bene, sono cattive. Per esempio manifestare la rabbia è socialmente inaccettabile. “Smettila di fare scenate, ti stanno guardando tutti”. “Sei pazz*, calmati”.

Ma la rabbia è un’emozione come un’altra, importantissima per la nostra salute mentale. Infatti chi sperimenta problemi di gestione della rabbia è una persona molto insicura di sé.

Usiamo la rabbia per mascherare la paura, la delusione o la tristezza – altre emozioni, a loro volta tenute a bada troppo a lungo.

Saper riconoscere e legittimare la nostra rabbia fa di noi persone emotivamente intelligenti. È solo quando ci permettiamo di far uscire la rabbia, le diamo un volto e un nome, che la rabbia ci attraversa e passa. Così si gestiscono le emozioni.

Piccola postilla. Le emozioni di base  – così chiamate perché legate alla sopravvivenza e provate sin dalla nascita  – sono:

  • Gioia
  • Tristezza
  • Paura
  • Rabbia
  • Disgusto
  • Sorpresa

Tutte le altre sono le meravigliose sfumature di questo splendido e vasto spettro cromatico che è il mondo emotivo. Il fiore di Plutchick è un esempio che ne spiega facilmente la suddivisione.

Come si misura il QI

Peter Salovey e John D.Mayer, i primi studiosi di intelligenza emotiva, hanno messo a punto un test ad hoc che misura la capacità dell’individuo di percepire e gestire i propri stati emotivi.

E lo fanno con l’aiuto di David R. Caruso, studente e poi autore dell’Università di Yale e New Hampshire, in collaborazione con il Multi Health System Inc.

Questo metro di misurazione si chiama infatti Mayer-Salovey-Caruso-Test e basa la sua efficacia su una serie di domande ed esercizi cognitivi che stimolano la persona ad esprimere le proprie emozioni.

Purtroppo il Mayer-Salovey-Caruso Emotional Intelligence Test (MSCEIT) non è attualmente accessibile al pubblico, ma viene impiegato a scopi di studio e ricerca con approcci terapeutici. Viene fatto nei laboratori delle università e in centri specialistici.

La speranza è che presto questo test, o almeno qualcosa di simile, venga divulgato alla massa – esattamente come una minima misurazione del proprio QI è reperibile facilmente online.

QE e QI sono fattori di eguale importanza e si influenzano a vicenda, l’uno aumenta anche quando aumenta l’altro. Ecco perché è cruciale lavorare su entrambi, e non solo sull’educazione tradizionale che affronta la matematica, la storia e la letteratura.

Mi viene in mente la trilogia di film Divergent (2014 – 2016), basata sui romanzi di Veronica Roth.

La storia racconta una realtà distopica e post-apocalittica, in cui l’umanità è divisa in fazioni. Le persone si raggruppano a seconda di una caratteristica comportamentale che li definisce.

Ci sono gli eruditi – molto colti e studiosi; i pacifici – che credono nella pace tra le fazioni; gli intrepidi  – senza paura; i candidi – sostenitori della verità; gli abneganti  – che dedicano la loro vita agli altri.

Tutti credono in qualcosa e hanno un punto di forza, eppure nessuno vince davvero.

Questo perché non basta essere coraggiosi, colti, pacifici, altruisti o sinceri. Non basta seguire un’unica direzione per vivere in armonia nella società: occorre essere completi. O come dice il titolo della serie, divergenti.

Con questo esempio ti voglio dire che il QI da solo non può bastare, ma serve accogliere tutto lo spettro di emozioni che è presente i noi come esseri umani, per essere individui sani che hanno relazioni sane.

Pensaci. Conosci qualche persona che consideri intellettualmente molto intelligente? Qualcuno di estremamente colto, erudito, che sa parlare di argomenti importanti con un certo grado di sicurezza, competenza e confidenza?

Ecco, prendi quella persona. Le daresti probabilmente un 10 per la sua intelligenza razionale. Ma che ne pensi della sua intelligenza emotiva? Gli daresti un voto così alto?

Nella maggioranza dei casi, no. Spesso le persone acculturate ed erudite hanno un QE molto più basso rispetto al QE, perché hanno allenato solo la loro intelligenza razionale, dimenticandosi delle emozioni.

Al contrario, gli artisti di tutto il mondo e tutte le epoche – poeti, scrittori, pittori, registi eccetera  – sono persone estremamente emotive e sensibili.

Se 1+1 fa 2, coloro che hanno saputo o sanno unire QI e QI  – e hanno quindi studiato, approfondito razionalmente certi temi, ma sanno anche esprimere la loro emotività  – sono senza dubbio gli individui più completi. Hanno autostima ed esercitano la loro conoscenza allo stesso tempo.

Pensieri ed emozioni.

Razionalità ed emotività.

Intelligenza razionale ed intelligenza emotiva.

Senza emotività non esisterebbe l’arte. E l’arte è la forma più espressiva di comunicazione che esista. Tutto torna, no?

LEGGI ANCHE:

Tutto sulla consapevolezza di sé e dei propri talenti

I 10 migliori libri di coaching che ho letto e ti consiglio

Migliorare la produttività sul lavoro: è davvero utile?

Nota finale:

Come dicevo all’inizio, questo blog è importante per me perché è uno spazio in cui posso scrivere di quello che m’interessa, mi incuriosisce, mi stimola, mi aiuta. E scrivere qui è molto diverso dal mio scrivere articoli per riviste cartacee e web o televisioni e brand.

Il mio lavoro da giornalista, editor, writer, producer e strategist è qualcosa che amo ancora molto, ma in quei contesti non posso sperimentare tutta la libertà di espressione di cui ho bisogno.

Molto spesso, quando scrivo i pezzi per il mio blog, utilizzo la modalità di scrittura giornalistica che ho quando scrivo per gli altri.

Questo dà sicuramente, a mio avviso, un valore aggiunto, perché permette a chi legge di informarsi e acquisire del valore oggettivo, però si può trasformare a volte in una trappola.

Ecco, credo di aver finalmente capito come aprire la porta di questa piccola gabbia auto-imposta. Ho scoperto che so volare. Come? Scrivendo qui, per te. E un po’ per me.

Se ti va di conoscermi meglio puoi leggere la pagina Chi Sono o mandarmi una mail a [email protected] tramite il form che trovi in home page.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Argomenti dell'articolo