Difficile che tu non abbia sentito parlare di questo film, almeno negli ultimi giorni, da quando è uscito nelle sale italiane lo scorso 14 febbraio. Sto parlando di Cime Tempestose, l’adattamento cinematografico firmato Emerald Fennel che s’ispira al celebre romanzo omonimo di Emily Brontë.
Se ne era parlato tanto già prima, ma oggi il pubblico pagante si è spaccato in due: chi lo ha amato follemente e chi lo ha detestato con uguale intensità. Come spesso accade per prodotti culturali di questo calibro, non c’è stata una tiepida via di mezzo, ma piuttosto una polarizzazione netta. E questo, secondo me, è un dato rilevante.
Come mi capita di dire anche nelle mie sessioni di libroterapia umanistica, parlando di libri anziché di film, non è tanto interessante se il film (o libro) sia “bello” o “brutto” (categorie sempre un po’ scarne, vuote) secondo noi, ma cosa dice di noi il fatto che generi reazioni così opposte.
Da coach, ma anche da giornalista e comunicatrice, mi chiedo (e chiedo ai miei coachee): con quali aspettative ci sediamo in sala, o ci approcciamo a un libro? E soprattutto: quanto siamo dispostə a farci attraversare da un’opera, invece di usarla solo come intrattenimento?
Il cinema – come ogni altra forma d’arte – non nasce (solo) per accontentarci, ma (anzitutto) per esprimere chi lo crea. E qui, che ci piaccia o meno, siamo davanti a un gesto autoriale forte, firmato da Emerald Fennell.
Ricordiamolo: Fennel è un’attrice, sceneggiatrice e regista inglese, che è nota a molti per aver co-scritto la serie Killing Eve e per aver interpretato Camilla Parker-Bowels nella terza e quarta stagione di The Crown su Netflix. Ha anche vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale con la direzione di Una donna promettente.
Fennel ha solo 40 anni ma ha già ampiamente dimostrato il suo talento e la sua visione. Con Cime Tempestose nel 2026 vediamo sul grande schermo la reinterpretazione – attenzione, non trasposizione, non remake – di un classico senza tempo. E si vede molto bene che questa storia, quella del film, è una storia scritta da una donna e una donna moderna.
Ma andiamo al succo della questione, o per lo meno, quella che è la questione che vale la pena analizzare secondo me.

Tesi e antitesi: il valore del disaccordo
In questi giorni, dopo l’uscita del film nelle sale di tutta Italia, ho letto di tutto: accuse di fan fiction, di estetica vuota, di tradimento del romanzo. Ma anche elogi entusiasti, definizioni come “evento cinematografico dell’anno” e inviti a rivederlo due volte per coglierne i molteplici livelli.
E qui entra in gioco un primo tema di coaching: la coesistenza delle verità.
Siamo cresciutə con l’idea che debba esistere una sola interpretazione giusta. La propria, tendenzialmente, influenzata da esperienze e vissuti, è ovvio. Ma nella vita – e nelle relazioni sane, aggiungerei – la maturità emotiva nasce proprio dalla capacità di stare dentro il dissenso senza sentirsi minacciatə.
In psicologia e nella crescita personale questa nozione trova il nome di “la mappa non è il territorio”. Ossia ciascuno di noi ha una propria mappa valoriale ed emotiva, attraverso la quale vede e interpreta il mondo.
Tale mappa è strutturata in base agli insegnamenti ricevuti, usi e costumi, tradizioni, religioni, sistemi politici e sociali e così via.
In base a ciò che io ho esperito, vedo e comprendo il mondo. Lo dice anche Adrain Gauss, matematico americano che nell’800 ideò la così detta “curva di Gauss”, una funzione di probabilità che ha la forma di una campana inserita in un grafico, fatto da due linee perpendicolari. La curva di Gauss, in questo caso, rappresenta l’esperienza del vissuto di ciascun individuo. Ciò che sta sotto e dentro la curva per la persona sarà vero, o meglio, “normale”, che significa letteralmente nella norma. Nella norma di chi lo ha esperito. Ciò che sta fuori dalla curva, quindi ciò che non è stato esperito, non sarà nella norma per la persona.
Ma questa mia mappa, estremamente personale e dettata dai miei vissuti, corrisponde all’effettivo territorio? Corrisponde all’assoluta e unica verità? No.
Dunque non esistono mappe giuste o sbagliate, ma mappe diverse, nessuna delle quali è l’assoluta realtà immutabile delle cose.
Se una persona ha odiato Cime Tempestose e un’altra lo ha amato, entrambe le esperienze sono legittime, se vissute con consapevolezza e argomentate con rispetto.
La domanda interessante non è: chi ha ragione? Ma: cosa mi ha attivato questa storia? Perché mi ha infastiditə o perché mi ha emozionatə? In che modo ha risuonato o non ha risuonato con me?
Questa è intelligenza emotiva applicata al cinema.
Ne avevamo davvero bisogno?
Emily Brontë pubblica Wuthering Heights nel 1847. Un romanzo di passioni tossiche, dipendenze affettive, classismo e ossessione. Nel 2026, guardando il film, una mia cara amica con la quale condivido gli studi di comunicazione della moda, si è giustamente posta una domanda molto semplice e molto scomoda:
Avevamo davvero bisogno di questa storia, oggi?
La mia amica e collega Martina Nava, da ormai 10 anni Senior Visual Merchandiser di Lacoste a Losanna, in uno scambio che abbiamo avuto via chat riguardo al film, mi scrive:
“Sono un po’ stanca di vedere donne incellophanate con il fiocchetto. Margot Robbie [che interpreta Catherine] è una gran protagonista, ma dopo aver visto il film mi resta addosso un senso di debolezza, di patinatura. Ho voglia di storie diverse.”
La critica di Martina è tutt’altro che superficiale, del resto, come lei. È invece una domanda politica, la sua, culturale ed emotiva: che tipo di narrazioni continuiamo a consumare? E cosa fanno alla nostra autostima, alle nostre aspettative sulle relazioni, al nostro immaginario?

Tradire un classico è sempre un errore?
Attilio Palmieri, critico di cinema e TV, su Instagram ha scritto una cosa che trovo centrale: se Kubrick “piega” Shining al suo sguardo, lo chiamiamo licenza artistica, se Fennell fa lo stesso con Brontë, parliamo di fan fiction.
Io ci vedo oltretutto un ennesimo elemento di sessismo e stereotipo di genere: come al solito, le donne vengono messe in discussione di più e più duramente, rispetto agli uomini nella loro stessa posizione. Non voglio divagare, ma mi sembrava importante dirlo, e se vuoi approfondire questa tematica, qui parlavo di linguaggio di genere.
Il punto non è se l’adattamento sia fedele, ma se sia coerente con una visione.
Fennell qui elimina il tema dell’etnia (il personaggio originale di Heathcliff immaginato da Brontë è nero) per concentrarsi sulla classe sociale. Trasforma Cime Tempestose in una storia quasi interamente filtrata dallo sguardo di Catherine, diversamente dal libro che invece è narrato dalla governante, Nelly, interpretata sul grande schermo da Hong Chau. Un altro elemento molto diverso dal libro: nel film Nelly è crudele, gelosa di Catherine, e sarà proprio lei a causarne le disavventure. Nel libro Nelly è solo narratrice della storia, spettatrice esterna e non coinvolta nei fatti,
Fennel, dunque, fa qualcosa di molto diverso dal libro di Brontë: lavora per sottrazione narrativa e per eccesso visivo. Lo fa con l’aiuto della costumista Jaqueline Durran, che vinse ben due Oscar per i migliori costumi in Anna Karenina (2013) e Piccole donne (2020).
Gli esperti dicono che non è realismo: è espressionismo cinematografico.
E forse è proprio questo che destabilizza: non ci troviamo davanti a una “bella ricostruzione in costume”, ma a una rilettura personale, disturbante, a tratti volutamente artificiale. E questo, inevitabilmente, può incontrare il gusto e le aspettative di qualcuno, ma non di altri.
La differenza la fa chi se lo chiede: io, in questo contesto, dove mi posiziono e perché? Riesco a individuare in che modo il mio personale vissuto influenza la mia opinione su Cime Tempestose?
Aggiungo che, forse, dietro alla ricerca di storie passate, vecchi libri e film che ci hanno emozionato in un particolare momento della nostra vita, ci aprono le porte a un’emozione potentissima e spesso sottovalutata: la nostalgia. Ne parlavo in questo articolo.
E da qui spesso nasce la resistenza al nuovo, al diverso da ciò che abbiamo conosciuto e imparato a conoscere come familiare. Anche in questo caso, parliamo di uno stato d’animo molto comune e naturale: la paura del cambiamento.
Cinema che cita cinema: Lynch, Romeo + Juliet, Marie Antoinette



Li hai visti, vero? Nel nuovo Cime Tempestose gli omaggi cinefili: Romeo + Giulietta (1996), Le vergini suicide (1999), Maria Antonietta di Sofia Coppola (2006), Via Col Vento (1939), fino a film recenti come Nosferatu (2024).
Questi riferimenti li vediamo nella scelta della fotografia, nella palette colori, nelle rappresentazioni iconografiche, nei gesti dei personaggi. La pellicola diretta da Fennel ci regala atmosfere che ricordano il cinema gotico, pop, iper-stilizzato.
Io ci ho visto anche qualcosa di lynchiano: la scena finale, con lui che attraversa quel corridoio rosso e buio per raggiungere lei morta, mi ha ricordato simbolicamente un utero. Un ritorno all’origine, al trauma primario, alla fusione impossibile.
Non è una scena “realistica”. È una scena simbolica. E qui torniamo al punto: stiamo guardando un film o stiamo cercando conforto?
Un grazie speciale alla scenografia e fotografia curate da Suzy Davies, candidata Oscar e Bafta.
Moda e costumi: manuale di storia o immaginario emotivo?
Uno dei principali attacchi al film riguarda i costumi: anacronistici, sbagliati, incoerenti. Ma la moda, nel cinema, non è (solo) filologia. È linguaggio.
Jacqueline Durran non veste i personaggi per ricostruire l’Ottocento, ma per costruire un immaginario emotivo. Gli abiti sono estetica, sì, ma anche dispositivo narrativo. Come in Marie Antoinette, dove le famose Converse viola in una scena, inquadrate insieme a scarpe dell’epoca, non sono un errore, ma una dichiarazione. Un intento, uno statement, un simbolo.
Pretendere che ogni film, specialmente oggi, rispetti un manuale storico in modo didascalico è come chiedere a un romanzo di essere un saggio accademico. Si può fare, ma è un altro mestiere. Non è arte, non è cinema, non è espressione.
La bellezza estetica del cast e la storia d’amore gotico
È vero: come si può rimanere inermi al fascino di Margot Robbie e Jacob Elordie? Non si può, ecco. E questo, a tratti, distrae. La bellezza estetica, quella fisica, levigata, rende tutto più “guardabile”, ma anche più distante.
Il rischio è che il dolore diventi pura estetica, che la tossicità diventi glamour, e che si perda l’essenza delle emozioni rappresentate.
Prima che Jacob Elordi diventasse il nuovo volto – e le nuove dita, e la nuova lingua – di Heathcliff, questo personaggio ha attraversato quasi un secolo di cinema cambiando interpreti, stili, intenzioni. Quasi mai, però, pelle. Perché ricordiamoci che questa versione di Wuthering Heights (titolo originale di Cime Tempestose) non è la prima versione cinematografica che è stata girata dell’omonimo libro.
Heathcliff, infatti, è stato il romanticismo tragico e levigato di Laurence Olivier (che lo ha interpretato nel film del 1939), il tormento virile di Charlton Heston (1948), il melodramma iberico di Jorge Mistral per Buñuel nel 1954. È passato dallo sguardo tagliente di Ian McShane nel 1967, all’intensità teatrale di Timothy Dalton (1970), Lucas Belvaux (1985) fino al gotico febbrile di Ralph Fiennes e alla furia muscolare di Tom Hardy (2009). L’unico Heathcliff dalla pelle nera è stato James Howson nel 2011.
Solo in questo adattamento del 2011, il cinema ha provato davvero a riavvicinarsi alla descrizione originale del personaggio nel romanzo, e non solo per il colore della pelle: un Heathcliff non patinato, non aristocratico, non “dark romantic hero”, ma orfano, straniero, socialmente e fisicamente marginale. Un tentativo tardivo di riparare decenni di whitewashing che avevano trasformato un personaggio scomodo in un’icona sexy.
E poi arriviamo di nuovo a Elordi: bellissimo, levigato, con la mandibola aggressiva ma lo sguardo dole, l’orecchino già trend e il cappotto svolazzante da bad boy contemporaneo. Ed è qui che la critica diventa interessante: può Heathcliff essere così esteticamente perfetto e attraente senza perdere la sua funzione narrativa?
Forse non è tanto una questione di bellezza, quanto di rischio. Heathcliff nasce come figura perturbante, non desiderabile in senso classico. Renderlo un oggetto di attrazione immediata significa, ancora una volta, addomesticare la sua violenza, trasformare il trauma in stile, la marginalità in immagine. E chiederci, di nuovo, se stiamo guardando un personaggio o il riflesso dei nostri standard estetici.
E se Heathcliff ha attraversato la storia del cinema cambiando volto ma quasi mai identità, Catherine Earnshaw ha fatto un percorso inverso: ha cambiato corpo, ma raramente ha cambiato funzione simbolica. È sempre rimasta, in fondo, il centro magnetico del desiderio maschile, più che un soggetto pienamente autonomo.
Nel tempo è stata l’eleganza tragica di Merle Oberon, la passionalità classica di Anna Calder-Marshall, la compostezza vittoriana di Juliette Binoche, fino alle versioni più ferine e corporee di Kaya Scodelario e Charlotte Riley. Interpretazioni diversissime, ma tutte accomunate da un’idea: Catherine come figura liminale, sospesa tra desiderio di libertà e bisogno di riconoscimento sociale.
Con Margot Robbie, però, qualcosa cambia – e non solo per questioni di stile. Robbie porta in scena una Catherine esteticamente irreprensibile, iper-luminosa, quasi fuori dal tempo, eterea. Il suo volto sembra sempre già pronto per una copertina, anche quando il personaggio dovrebbe essere nel fango, nella rabbia, nella contraddizione. Ricordiamoci che l’attrice, meravigliosa, è stata anche il volto tanto discusso di Barbie di Greta Gerwig nel 2023.
Ed è qui che emerge la frattura interessante: Catherine nasce come spirito selvaggio, instabile, scomodo. Una figura che non dovrebbe mai risultare del tutto “guardabile”. Renderla così perfetta può significare, forse inconsapevolmente, neutralizzare la sua complessità, trasformare un conflitto interiore in un’immagine aspirazionale?
Robbie resta tecnicamente solidissima, è un’attrice straordinaria e lo ha ormai dimostrato diverse volte – ma mi ritorna in mente la critica della mia amica Martina Nava. Una critica non a Robbie, ma al dispositivo che la circonda: una donna del 2026 raccontata ancora come oggetto estetico prima che come soggetto emotivo è utile e necessario? Incellophanata, appunto. Bellissima, ma trattenuta. Potente, ma addomesticata.
E un’altra domanda a questo punto, che non riguarda più il casting, ma il nostro immaginario, può essere:
siamo davvero prontə a vedere una protagonista femminile disturbante, contraddittoria, sgradevole, senza bisogno di renderla desiderabile?
O abbiamo ancora bisogno che anche il dolore passi prima dal filtro della bellezza per poter essere accettato?
Infine, una nota sulla relazione tra Heathcliff e Cathie. Spesso si è detto che la loro storia d’amore è disfunzionale, tossica (parliamo sempre del film). Io però ci ho letto altro: una visione d’amore passionale e travolgente, certo idealizzato e pertanto poco realistico/contemporaneo (o sì?), ma non per questo meno impattante. Il loro è un amore senza riserve, come l’amore gotico romantico, esagerato, impulsivo, sessuale. Io personamente l’ho sentito autentico, pertinente nel contesto.
Le metafore e i loro significati nascosti
La stanza con le pareti rosa pesca (the flash room), del colore della pelle delicata di Cathie, diventa il simbolo dell’incapacità di Cathie, a questo punto, di scappare da sè stessa. Da qui in poi rimarrà per sempre bloccata nei suoi rimpianti e nelle sue paure, nonché nella sua passione per Heathcliff.
Il vestito con cui lei perde la sua verginità con il marito Edgar in inglese si chiama wrapping paper dress – un vestito di carta che la avvolge. Diventa così facilmente la metafora della castità e purezza Vittoriana che vengono unwrapped – scartate dal marito che la spoglia per la prima volta.
Tutti gli abiti che indosserà da dopo il matrimonio, così come le acconciature, saranno ispirati agli Anni 50 del Novecento – periodo ancora lontano nel futuro rispetto all’epoca in cui è ambientata la storia. E questo per sottolineare letteralmente che Cathie è diventata una moglie-trofeo, sempre perfetta, coi capelli raccolti e ampie gonne lunghe.
La casa delle bambole di Isabella – magistralmente interpretata da una fantastica Alison Oliver, attrice irlandese – ha una duplice simbologia: da una parte mostra come le donne vengano viste e incasellate nella società come bambole, e dall’altra ci dicono sin da subito che Isabella è molto più di una bambola, è una doll-maker, creatrice di bambole. E infatti rende la nuova sposa Catherin la sua nuova bambolina preferita…
Anche i colori che vediamo durante tutto il film diventano metafore: Edgar è spesso vestito di verde che nella simbologia dei colori rappresenta l’invidia e l’avidità; catherine è spesso in rosso, colore della passione e dell’orgoglio, ma anche del sangue e della guerra; Heathcliff è spesso circondato da blu, blu come la tristezza (ti ricordi di che colore è il personaggio di Tristezza nel film d’animazione sulle emozoni Inside Out?).
Quando Nelly stringe il corsetto a Cathy, questo lascia sulla sua schiena delle cicatrici, proprio come quelle che si è procurato Heathcliff nel tentativo di difenderla, all’inizio del film. Qui Cathy chiede a Nelly di stringere di più, ancora e ancora, desidera soffrire, proprio come ha sofferto lui.
I fiocchi di Isabella sono rappresentati in modo infantile e fiabesco, ricordano il mondo delle bambine e un po’ l’immaginario di Alice nel Paese delle Meraviglie. Quando Heathcliff la seduce, la prima cosa di cui la spoglia sono proprio i suoi fiocchi. La spoglia di quell’infanzia e fanciullezza, alle quali non tornerà più dopo quell’esperienza. Isabella da qui in poi diventa una donna e una donna tutt’altro che naive. La scena in cui abbaia come un cane legata alla catena, ubbidendo agli ordini del suo nuovo e bramato sposo, ricorda la scena di The Secretary (2002) con Maggie Gyllenhaal che cammina a quattro zampe con in bocca una busta.
Il vero tema non è il film: siamo noi
Forse la domanda più potente non è: è un bel film? Che poi, chi sono io per dirlo, Spealberg? LOL
Ma: con quale stato interiore lo guardo?
Se entro in sala aspettandomi una storia rassicurante, resterò delusə.
Se entro con curiosità, accettando il disagio, forse uscirò con più domande che risposte. E non è un male, anzi: spesso abitare le domande conta più di trovare le risposte.
Nel coaching parliamo spesso di aspettative: sono loro a determinare la qualità dell’esperienza, molto più dell’evento in sé. Lo stesso vale per i libri, i film, le relazioni, il lavoro.
Un film come specchio e la maturità di tenere insieme gli opposti
Si può amare Cime Tempestose – qualsiasi degli adattamenti cinematografici, del resto, o il libro.
Si può odiarlo.
Si può essere stanchə di queste storie e allo stesso tempo riconoscerne il valore artistico.
Il vero valore di crescita personale non sta nello scegliere una posizione e difenderla a colpi di slogan e seguendo sempre e solo il proprio pensiero, ma nel saper tenere insieme tesi e antitesi, senza semplificare.
Come nella vita:
- possiamo desiderare relazioni sane e allo stesso tempo riconoscere le nostre parti tossiche
- possiamo cercare di rafforzare l’autostima e accettare le nostre fragilità
- possiamo volere storie nuove senza cancellare il passato
Il cinema, quando funziona, non ci dice cosa pensare.
Ci costringe a chiederci chi siamo mentre guardiamo.
E forse è questo il vero insegnamento di Cime Tempestose: non tanto una storia d’amore, ma un invito a sviluppare uno sguardo più consapevole, critico e gentile – verso le opere, ma soprattutto verso noi stessə.
O per lo meno, io la vedo così.
Tu che ne pensi? Fammelo sapere nei commenti.





