5 cose da NON fare se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi

Quando si parla di produttività, le to-do list sono d’obbligo. Oppure no?

Cambiare stile di vita o portare un cambiamento sostanziale nella propria quotidianità presuppone che alla base ci siano degli obiettivi precisi seguiti da azioni ancora più precise, da attuare in tempi precisissimi. O perlomeno così ci hanno detto. 

In realtà, nel mio percorso di studi per diventare Life Coach Professionista, mi sono scontrata con questo preconcetto più volte. Leggendo, studiando e informandomi scrupolosamente rispetto alla comunicazione efficace, autostima e leadership, è emerso che i più grandi ricercatori di questi campi sostengono che l’eccessiva pianificazione sia controproducente, sia in termini di realizzazione degli obiettivi, sia dal punto di vista psicologico.

In effetti, si parla sempre delle cose da fare per raggiungere i tuoi obiettivi. Ma nessuno parla mai di cosa NON fare, perché i comportamenti svantaggiosi sono più tabù. In particolare grazie a due libri letti di recente, Desire Map di Danielle LaPorte, e Piccole Abitudini per Grandi Cambiamenti. Trasforma la tua vita un piccolo passo alla volta di James Clear, ne ho individuati 5, eccoli qui.

1. Darsi troppi obiettivi

Che il troppo stroppia lo sappiamo da sempre. Ma quando si parla di obiettivi da raggiungere, vogliamo essere ambiziosi. Cosa buona e giusta, certo, ma attenzione a non farsi travolgere dall’ansia da prestazione. Gli obiettivi devono essere S.M.A.R.T.: specifici, misurabili, raggiungibili (dall’inglese achievable), rilevanti e basati sul tempo (time-based). 

Se pertanto ce ne fissiamo troppi, non riusciamo realisticamente a lavorare su tutti insieme. Gli esperti consigliano di lavorare su massimo 3 micro-obiettivi per volta, così da consentire a se stessi di migliorare sulle aree più importanti, senza creare false aspettative e andare oltre le scadenze prefissate. 

Se consideri troppi obiettivi contemporaneamente, perdi energia e fiducia in te stess*, perché per riuscire serve il focus, e se ci chiediamo così tanto, l’attenzione naturalmente va persa, e così l’obiettivo. Questo genera frustrazione e danneggia l’autostima. 

Scegliendo al massimo 3 obiettivi alla volta, avremo molte più probabilità di perseguirli, senza imporre al nostro stile di vita cambiamenti drastici e difficili da mantenere.

2. Pensare (troppo) in grande

Dream Big, ovvero, “sogna in grande” è sicuramente una frase fonte di grande inspirazione ma, come sempre, è importante conoscerne il contesto. Nella pianificazione degli obiettivi, personali o professionali, pensare troppo in grande è in realtà un errore molto comune che porta spesso al fallimento e alla frustrazione che ne consegue. Ciò non significa dimenticare o soffocare i propri sogni ed ambizioni, ma quando ci poniamo un obiettivo ricordiamoci la lettera R dell’acronimo S.M.A.R.T.: deve essere raggiungibile. Un esempio che si fa molto spesso anche nel campo del coaching è quello della persona che desidera perdere peso e che si dà l’obiettivo di perdere 10 kg in 6 mesi o 1 anno. Anzitutto questo non è un obiettivo, bensì un risultato desiderato: “voglio perdere X chili”. Se davvero ho bigogno di perdere peso, è evidente che avrò abitudini alimentari poco sane o qualche problema di salute. In entrambi i casi, chiedere al proprio corpo un simile sforzo, e pensare di riuscire ad eliminare carboidrati e zuccheri tutti insieme, è difficilmente conseguibile.

La stessa cosa vale per l’intenzione di fare più attività fisica: se sei una persona sedentaria e non ti alleni regolarmente da anni, porsi l’obiettivo di andare in palestra 5 volte a settimana per 2 ore al giorno difficilmente si rivelerà sostenibile nel tempo.

Per questo motivo, meglio porsi dei micro-obiettivi, piccoli step di un percorso più grande. Salire una scala da 1000 gradini naturalmente spaventa, ma se prendiamo uno scalino alla volta, quello sì che è fattibile. Alla fine arriveremo in cima.

3. Concentrarsi solo sul risultato

Danielle LaPorte afferma che gli obiettivi nascono dal desiderio di sentirsi in un certo modo. Il risultato del desiderio è solo una conseguenza. Leggendo Desire Map e altri testi dell’autrice canadese, e facendo spesso anche gli esercizi che propone, mi sono personalmente imbattuta nell’efficacia del suo metodo. Una teoria, appunto, che basa il raggiungimento degli obiettivi sulle emozioni, e non sui risultati.

Tornando all’esempio di prima, se la persona in questione dicesse a sè stessa “vorrei sentirmi in pace con il mio corpo, percepire leggerezza nei miei movimenti, piacermi quando mi guardo allo specchio”, sarebbe molto diverso da “vorrei dimagrire 10 kg”. La perdita di peso avverrebbe comunque come conseguenza delle sue azioni – abitudini alimentari sane, attività fisica, controlli medici eccetera – in relazione con il suo desiderio di emozioni positive riguardo se stessa.

Se osservando la lista dei nostri obiettivi annuali o mensili ci sentiamo in ansia, forse quelli non sono obiettivi in linea con noi, i nostri valori, bisogni e desideri. Forse, sono obiettivi di qualcunaltro? Genitori, partner, amici, colleghi o che la società sembra imporci. Ma di certo non nostri.

Il suggerimento degli esperti, quindi, è quello di portare maggiore ascolto ai propri bisogni ed emozioni, in modo da sintonizzarci davvero sulla motivazione che ci spinge a lottare per ottenere qualcosa e ricordiamoci che i risultati quelli si manifesteranno da soli, di conseguenza.

4. Pensare che sia questione di forza di volontà

Quante volte ci è successo di partire motivati con la lista dei buoni propositi a gennaio, poi dopo un mese averli già persi per strada tutti?
Questo succede perché manca una strategia, non la forza di volontà. Quella può andare e venire, ma non farà la differenza. Nel suo testo più famoso relativo alle abitudinie, James Clear spiega la tecnica della graffetta. Quando ci troviamo di fronte a una serie di azioni da compiere per raggiungere un obiettivo, possiamo prendere due barattoli di vetro, uno vuoto e l’altro pieno di graffette (o di qualsiasi altro piccolo oggetto). Per ogni azione compiuta – una email inviata, un testo scritto, un documento archiviato, una telefonata fatta e così via – spostiamo una graffetta dal contenitore pieno al contenitore vuoto. Vedere progressivamente e in modo realistico che avanziamo verso l’obiettivo finale ci aiuta a mantenere la motivazione. A fine giornata, il contenitore pieno è diventato vuoto, e viceversa. E questa non è altro che strategia. 

Inoltre è importante tenere a mente che l’ambiente attorno a noi influenza, e non poco, il progresso degli obiettivi. Se per esempio vogliamo perdere peso, tenere in cucina le scatole dei biscotti sarà controproducente. Se le sostituiamo con cesti di frutta, invece, l’ambiente ci darà stimoli propositivi rispetto all’iobiettivo di rimetterci in forma. Di nuovo, strategia. Non forza di volontà.

5. Aspettare il “momento giusto” per iniziare

A gennaio, a settembre, settimana prossima, lunedì, domani. E così procastiniamo, rimandiamo, posticipiamo. Alla fine non cominciamo mai. 

Questo è un errore molto comune: credere che esista un “momento X” perfetto per lavorare sui propri obiettivi. Qualsiasi cosa pur di crogiolarsi ancora un po’ nelle vecchie cattive abitudini che rappresentano la nostra comfort zone

Le mie personali esperienze nel coaching mi hanno insegnato che non è così: ricordo che quando dovevo cominciare il tirocinio mi dicevo che avrei dovuto prima studiare un altro manuale, finire un altro modulo del master, fare altri colloqui con la mia tutor. Non ero pronta, mai. E invece poi ho iniziato, senza aver finito il libro, il modulo o fatto l’ennesimo colloquio con la tutor. Indovina(te) un po’? Ce l’ho fatta. 

Non siamo mai abbastanza pronti o preparati a ciò che ci aspetta, perché semplicemente non esiste il momento perfetto. Ciò non significa che non vadano pianificate le azioni, ma come sempre occorre tenere conto del contesto. Pertanto, sì all’individuazione di criticità e difficoltà possibili; sì alla calendarizzazione strategica di un obiettivo, ma NO al continuo posticipare per paura che non sia il momento giusto. Fatto imperfettamente è meglio che non fatto perfettamente.

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